E’ il giorno dell’impaziente attesa

 

Sabato santo è il giorno dell’impaziente attesa.
E’ il tempo in cui si trattiene il fiato prima di saltare, prima di riuscire da sott’acqua, prima di spalancare la porta e vedere chi c’è dentro.
Normalmente quest’apnea dura qualche istante, la liturgia la prolunga per un intero giorno, mentre i Vangeli per ben tre giorni…
Ma anche quest’apnea ha un gran ruolo!
Se non provi paura mista a speranza mentre fai qualcosa di importante allora forse non è veramente importante quella cosa.
E’ come se una donna partorisse un figlio senza provare nemmeno un frammento di un qualcosa che assomigli almeno lontanamente a un pò di paura e a un pò di felicità.
Bisogna avere paura della paura quando è sola, quando invece la paura è accompagnata dalla speranza, allora è adrenalina pura che ti fa trattenere il fiato prima di scoppiare in un gran pianto di gioia e stupore.
Siamo cristiani quando accanto alla paura, abbiamo il coraggio di lasciare sempre un posto di riguardo alla speranza.
La nostra vita è un lungo sabato santo che si incastona tra le nostre croci piantate nei venerdì santo della nostra vita, e l’alba della domenica di Pasqua dove l’assenza del cadavere ci ricorda che il finale è diverso da come sembrava a noi.
Ma ancora non è il momento di urlare di gioia.
Siamo ancora in fila dietro le mirofore (le donne che andarono a ungere di profumo il corpo di Gesù), silenziosi, ansiosi e con il fiato sospeso di chi spera con tutto il cuore in un imprevisto…
“Un imprevisto / è la sola speranza” scriveva Montale in una sua poesia.
La resurrezione è un’imprevisto che è più grande dei nostri calcoli e delle nostre forze.
Ma non è più un’ipotesi.
E’ un fatto!