Facciamoci sedurre dalla bellezza!

 

“Ci innamoriamo e amiamo solo per la bellezza.
Nessuno di noi ha desiderato avvicinarsi e conoscere qualcosa o qualcuno senza esserne prima sedotto.
Questo principio di attrazione ha il suo fondamento ultimo qui: «Nessuno viene a me se non lo attrae il Padre».
Tutte le volte che nell’ambito naturale (la grazia delle cose) o soprannaturale (la Grazia, dono di Dio a partecipare alla sua vita) la bellezza ci mette in movimento, sperimentiamo l’attrazione dell’Amore che ci trasforma, cioè vuole darci la sua forma, la sua essenza, per farsi tutto in tutti, pur mantenendo ciascuno la sua irripetibile identità.
Quando l’azione beatificante (capace di rendere felici), che attira cose e persone verso il loro pieno e duraturo compimento di bellezza, trova un ostacolo, questa gloria non si irrigidisce, ma diventa anzi resiliente e prende il nome di misericordia.
L’azione «attraente» di Dio si piega in forma di misericordia sul cuore duro e cerca di sedurlo.
La misericordia è una forma unica e ulteriore di bellezza, perché è la bellezza resa compatibile con il male, con la ferita, con la resistenza.
Si tratta di una bellezza che mostra le ferite.
Non a caso S. Ambrogio intuì che non dopo aver creato le cose Dio si riposò, ma solo dopo aver fatto l’uomo perché aveva finalmente qualcuno da perdonare:
Dio riposa quando può comunicare la sua essenza amorosa alla creatura ferita, riparandone la presunzione di autonomia.
Tutte le volte che l’uomo si lancia a capofitto nella bellezza, in fondo a essa cerca Dio,
anche le volte in cui quella bellezza anelata è frutto del cuore curvato su se stesso.
L’ubriaco ama la sua bottiglia perché in essa cerca Dio, il sensuale ama il suo piacere perché in esso cerca Dio, l’avaro ama il suo denaro perché in esso cerca Dio.
Dio però non è «in» ma «oltre» la bottiglia, il piacere, il denaro.
Che Dio?
Il Dio misericordioso che lo seduce proprio lì, nell’ultimo tentativo auto-inventato dall’uomo per essere tutt’uno con ciò che ama,
salvo poi esserne fatalmente e dolorosamente respinto per insufficienza di eternità di quella briciola di bellezza.
In un attimo, con un paradossale «colpo di grazia» che dà vita e non morte, la nostra disperazione può trasformarsi in salvezza,
fosse anche per il solo desiderio di avere una «vita nuova», come accadde a Dante, proprio mentre (in)seguiva Beatrice.
Non c’è bellezza piena senza ferita, come non c’è misericordia senza giustizia:
non è venuto per i sani ma per i malati, che si riconoscono tali.
Se il malato riconosce la ferita e la mostra a Dio, perché sa che altrimenti non potrebbe guarirne, la misericordia immediatamente lo raggiunge, anche di soppiatto, come quella donna che sapeva che le sarebbe bastato toccare la veste di Cristo per esser sanata, tanto da costringerlo al miracolo senza neanche chiederlo a voce, in mezzo alla folla che lo pressa.
Toccare Dio con la propria ferita aperta è il segreto per sperimentarne la misericordia e vederne finalmente, senza più difese, la bellezza che tutto vince e avvince, bellezza antica e sempre nuova, che non è mai tardi per esserne sedotti.”

(tratto da un articolo di A. D’Avenia)