Ricevi e moltiplichi o ricevi e sotterri?

 

“«Non possiedo nessun talento. Non voglio crogiolarmi nell’autocommiserazione, è così. Io non ho niente da dare».
Come se ci fosse un nesso tra l’avere talento e la possibilità di donare qualcosa.
Come se per ciascuno di noi valesse la regola che non si ha un talento, ma si è un talento:
se non ho successo, non valgo, non ho talento.
Ma la vita non ha valore per la prestazione, bensì per la presenza: nulla e nessuno appare invano.
Originariamente la parola talento indicava la bilancia e per estensione un’unità di misura di peso/valore dell’oro.
E perché allora la usiamo tutti i giorni?
È diventata proverbiale grazie alla parabola di Cristo raccolta da Matteo nel suo Vangelo.
Comincia così: «Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni».
Il creato è affidato all’uomo: non è proprietario, ma custode, non è padrone, ma al servizio.
Il padrone parte, la fiducia nell’uomo è totale: una certa «assenza» di Dio è buona, garantisce la nostra libertà.
Tornerà, ma nel frattempo la sua presenza è nei beni.
Si capisce come i talenti non coincidono con le capacità, ma sono dei beni affidati in base ad esse.
Nella parabola il padrone affida i talenti in base alle capacità, a ciascuno viene dato il massimo.
La capacità di un boccale di birra è diversa da quella di un bicchiere da liquore, ma se vengono colmati sono pieni entrambi.
I talenti sono quindi «tutta la vita» che possiamo ricevere in base alla nostra «capacità».
A ciascuno viene affidato qualcosa di grandioso, né al di sopra né al di sotto delle proprie possibilità e nel rispetto delle differenze:
un dono inatteso che chiama all’avventura.
«Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque.
Anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.
Colui invece che ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone».
O ci si impegna da protagonisti per ampliare la vita che ci tocca o la si sotterra.
Sprechi la vita per paura, le tue capacità rimangono inattive, e resti un servo.
Il talento è allora la vita stessa nel suo darsi:
l’uomo è vivo se rimane aperto, riceve tutta la vita che può e la moltiplica.
I talenti di un docente sono le vite degli alunni: da ricevere e moltiplicare, non sotterrare.
I talenti di un padre sono i figli, il talento di un marito è la moglie.
Il talento di un artista è un dolore da trasformare in bellezza.
Insomma il talento è tutto ciò che riceviamo ogni giorno,
sta a noi decidere se diventare protagonisti (accettare e moltiplicare) o indifferenti (sotterrare).
Mente chi dice di non avere talenti: è un talento il lunedì, un amico, un film, persino un dolore o una crisi, perché tutto è vitale.
Vivere non è ingabbiare la vita in schemi e pretese, ma scegliere che posizione prendere rispetto a ciò che ci viene incontro:
ricevere e moltiplicare, rischiando, o sotterrare per paura o comodità.”

(tratto da “Letti da rifare” di A. D’Avenia)