Siamo perfetta imperfezione

 

Tutti abbiamo bisogno di essere amati imperfetti,
tutti cerchiamo dentro di noi il bambino amato per quello che è, non per quello che deve essere.
In un racconto si narra di un seme di un fiore di campo che, trasportato dal vento,
cade vicino a un vivaio di fiori uguali e perfetti, destinati ai banchi dei venditori.
Quando il seme fa capolino, vede attorno a sé quei fiori così belli.
Si sente inadeguato e decide di diventare come loro.
Ma essi sono così alti e indaffarati con la loro perfezione da non ascoltare il seme,
nel frattempo divenuto una piantina che, triste e umiliata, rinnova gli sforzi per imitarli in tutto.
Comincia così ad amputare i suoi germogli, come fa il giardiniere con i fiori perfetti.
A poco a poco, pur avendo il controllo totale di sé, perde il suo slancio vitale.
Il suo stelo si riempie di ferite, mentre le altre piante del campo sono ricche di foglie e fiori, accarezzate dal vento, visitate da farfalle e api.
La piantina ha nostalgia della sua origine, perché l’imitazione dei fiori di serra le ha tolto la sua anima e il suo corpo, la sua imperfetta perfezione.
Una lacrima le scende lungo lo stelo e si ferma dove un germoglio è stato amputato.
Bagnata dalla lacrima, la ferita comincia a guarire e proprio lì nasce una nuova gemma.
La piantina sente la linfa scorrere di nuovo in lei.
Non è perfetta come i fiori del vivaio, ma è piena di vita e di autentica bellezza, e rinasce.
Un veleno si aggira nelle nostre anime, un veleno stillato dall’ansia da prestazione e di perfezione.
Questo veleno esaspera il dolore di non essere abbastanza, il vuoto di non aver fondamento, di non essere amati per come siamo.
Abbiamo bisogno di una verità che ci venga incontro con tenerezza,
che ci abbracci anche quando siamo insufficienti,
anzi proprio quando e perchè lo siamo!
La fragilità accettata, e quindi prima accolta e amata,
è la fessura attraverso cui l’amore entra e diventa fondamento,
perchè solo l’amore dà all’io le radici per slanciarsi.
Cerchiamo e inventiamo gesti e parole, semplici, ma impegnativi,
come abbracciare più spesso un figlio con un “non temere! Vai bene così!”,
o dare un sostegno ad un amico in difficoltà,
o una parola che manifesti il nostro accettare l’altro così come è.