Chi è felice?

“Amo restaurare le parole con le crepe, prima che vadano in frantumi.
Sono perciò partito dalla parola “felicità” dicendo loro che è sinonimo di “maturo”.
Non ci credevano. “Felix”, in latino, indicava semplicemente l’albero che da frutto (la radice è la stessa di “fecondo”): “arbor felix” era per il contadino l’albero che porta frutti buoni, pronti per essere imbanditi in tavola o usati per nuove seminagioni.
L’albero felice è l’albero fertile, nutre e dà altre piante.
La parola “felice” occupa la prima pagine dei libri di psicologia come motore della vita umana.
E, a conti fatti, i due ambiti che consentono di definirci di renderci felici sono la costruzione di relazioni autentiche e la realizzazione delle proprie attitudini nella vita, non solo professionale. (…)
A questo punto era arrivato il momento di passare al termine “maturo”, perché l’albero felice dà frutti maturi, né acerbi, né marci.
Maturo è imparentato con parole derivanti da una radice e che indicava il misurare e che si utilizzava per le cose del grande misuratore: il tempo.
Per questo “maturo” indica propriamente: “ciò che arriva a tempo, di buon’ora, e quindi a perfezione, a compimento, detto soprattutto di frutti o messi, nel giusto accordo con le stagioni”.(…)
Chi è “maturo”?
Colui che arriva per tempo, quindi la maturazione non è compatibile con la pigrizia o con la fretta:
i frutti maturano nella stagione giusta e nelle precedenti si preparano;
maturo è colui che arriva a compimento, quindi bisogna aver chiaro quali aspetti della propria persona occorre curare perché diano il frutto atteso;
maturo è colui che sa misurare i fenomeni, ed è quindi capace di affrontare la realtà a partire da una presa di posizione radicata – senza radicalismo – sul mondo, per non lasciarsi trasportare dai venti emotivi e nei luoghi comuni.
Maturo, insomma, è chi misura e si misura con la realtà…”
(da “Letti da rifare”, A. D’Avenia)